
Ascea è situata nell’area meridionale della provincia di Salerno, su un colle da cui si
gode un’ampia vista sulla costa e sulle rovine dell’antica città di
Velia.
Gli studiosi hanno avanzato varie ipotesi, riguardo l'origine del
toponimo. Secondo il Battisti deriva da Isacia, una delle due isole
enotridi che antiche alluvioni hanno occultato facendo spostare la foce
dell’Alento a tre chilometri dal porto greco di Velia. Altri ritengono
invece che possa derivare dalla parola greca askia che significa "non
ombroso", con probabile allusione ai disboscamenti eseguiti dai Romani.
Un’ultima ipotesi, infine, vuole che il toponimo derivi da un altro
termine bizantino non attestato, askaios, che vuol dire "luogo non
sinistro", quindi favorevole all’approdo.
Abitato fin dal Neolitico, il territorio di Ascea fu colonizzato dai
Focesi che vi giunsero nel VI secolo a.C. dopo varie peripezie. Sfuggiti
nel 546 a.C. all’assedio di Focea (antica città dell’Asia Minore), essi
si erano rifugiati in Sardegna dove avevano fondato la colonia di
Alalia. Sconfitti dagli Etruschi in una cruenta battaglia avvenuta nel
541 a.C. avevano quindi cercato scampo a Reggio. Giunti infine nel
territorio percorso dal fiume Alento, i Focesi acquistarono dagli Enotri
il diritto di stanziarsi sull’altura che nella dizione indoeuropea era
chiamata Velia, mentre nel dialetto ionico era indicata con il nome
Yele, riportato e diffuso da Platone come Elea.
L'antica città di Velia
La colonia era cinta da mura lunghe oltre otto chilometri (il doppio di quelle di Poseidonia)
ed era provvista di due torri che si ergevano ai lati di una porta. Gli
scavi condotti in una prima insula hanno portato alla luce marmi,
sculture, i resti di una torre, di un grande complesso termale risalente
al II secolo d.C., di una villa urbana di epoca romana e di una
probabile basilica paleocristiana. In una seconda insula sono invece
emersi un porticato, un grande criptoportico rettangolare del
I secolo a.C. e inoltre erme e statue di medici legati al culto di
Apollo guaritore e discendenti dalla scuola pitagorica. Sempre
all’interno di questa insula esisteva un luogo sacro ad Asclepio formato
da un pozzo e da un boschetto sacro (l’attuale giardino pensile). Una
strada collegava la città con il porto situato presso il fiume Palistro
e con l’altro, più lontano, sull’Alento. Nota per il buon clima, che la
rendeva luogo di soggiorno preferito dai ricchi e da uomini illustri,
fra cui perfino Cicerone, Velia non aveva un ampio e fertile retroterra,
e costruì quindi la sua fortuna essenzialmente sul commercio e
sull’attività marinara. Nel III secolo a.C. e nel 62 d.C. la città subì
devastanti inondazioni, ma la più disastrosa fu quella del V secolo che
causò l’interramento del quartiere meridionale e la scomparsa della
basilica paleocristiana. All’approssimarsi dell’esercito longobardo gli
abitanti di Velia abbandonarono la parte antica della città, che si
ripopolò soltanto dopo che gli invasori si furono convertiti al
Cristianesimo. Da quel momento giunsero a Velia numerosi monaci
italo-greci che non esitarono a usare importanti frammenti marmorei per
costruire le proprie case e la Chiesa di San Quiricio. La località, come
è attestato in un diploma di Gisulfo II (950) era conosciuta soprattutto
per la Chiesa di Santa Maria Odegitria, che sorgeva alla confluenza
dell’Alento e del Palistro e per questo era detta ad duo flumina.
Dopo il mille
Notizie del borgo si hanno in documenti del 1141, del 1185
e del 1230. Dopo la congiura contro Federico II (1245) il
proprietario del feudo, Gualtiero de Cicala, fu destituito. Dopo
poco tempo, tuttavia, riottenne quanto aveva perduto da Innocenzo IV.
In seguito Manfredi cedette Ascea a Galvano Lancia. Nel 1275 Carlo
d’Angiò la affidò ai Del Giudice, che possedevano anche il feudo di
Capaccio. Dopo essere stato proprietà di vari illustri personaggi
del luogo (Ladislao nel 1412, Francesco Capano nel 1415 Francesco
Sanseverino nel 1420), il feudo pervenne per donazione alla Casa
dell’Annunziata di Napoli a cui rimase fino al 1702, anno in cui
l’istituzione fallì. Ascea passò allora al duca Lucio Caracciolo di
Vito e da questi alla famiglia Maresca che ne rimase proprietaria
fino all’abolizione della feudalità (1806).
L'arte sacra
I monumenti più importanti di Ascea e dei suoi dintorni sono
costituiti quasi esclusivamente da edifici di carattere religioso.
Della Chiesa di Castellammare della Bruca, che nel Seicento e nel
Settecento era dedicata, come la parrocchiale, a San Nicola, si sa
che crollò nel 1616 e che, ricostruita e ristrutturata più volte, fu
donata nel Novecento allo Stato per essere adibita ad antiquarium.
La Chiesa di San Nicola ospitava la Confraternita del Rosario e
custodiva alcune statue raffiguranti San Nicola, la Madonna del
Rosario, Santa Maria delle Grazie, una tela in cui era ritratta la
Madonna di Costantinopoli fra Santa Caterina e Santa Lucia, un’icona
della Madonna del Carmine fra San Francesco e Sant’Antonio e una
tavola raffigurante la Madonna del Rosario. Le prime notizie
dell’organo si trovano nei documenti riguardanti la visita pastorale
1735, mentre al coro viene fatto riferimento a proposito della
visita del 1746. Dalla registrazione dei beni effettuata in
occasione del restauro del 1884 risulta che nella chiesa erano
custodite anche due statue raffiguranti Santa Lucia, e l’Immacolata,
oltreché due tele in cui sono ritratte la Vergine dei sette dolori e
la Madonna del Carmine. Nel 1907, essendo la parrocchiale chiusa per
lavori di restauro, venne costruita la Cappella di Sant’Antonio da
Padova. Fuori dell’abitato,in prossimità del mare, sorge la Cappella
di Santa Maria dove i riti venivano celebrati con il contributo
delle elemosine dei pescatori.
A Terradura, frazione di Ascea, degne di nota sono la Chiesa di
Santa Sofia risalente al XVII secolo, e la Chiesa di San Michele
Arcangelo. A Mandia, frazione situata in posizione dominante sul
torrente Fiumarella e sulla strada che da Velia conduce verso
l’interno, sono da ricordare la Parrocchiale e la Cappella della
Madonna del Principio, da cui inizia il pellegrinaggio al Sacro
Monte.
Da segnalare, al di fuori dell’architettura sacra, è anche Palazzo
Ricci, appartenuto fino alla fine dell’Ottocento alla famiglia De
Dominicis.
Le feste e l’economia
Il primo martedì d’agosto Ascea festeggia Sant’Antonio, ma numerose
sono le manifestazioni di carattere religioso che si svolgono anche
nelle frazioni. A Terradura il 15 maggio si celebra la Festa di
Santa Sofia, mentre a Catona nel mese di luglio viene festeggiata la
Madonna del Carmine: benché la festa vera e propria ricorra il 16
del mese, già il 7 la statua della Madonna viene portata in
processione seguendo un significativo itinerario. A Mandia, invece,
assai rinomata è la Festa di San Giovanni Battista, che si celebra
il 24 giugno. La voce più importante dell’economia di Ascea è il
turismo, attivo soprattutto a Marina di Ascea.
Ad attrarre i visitatori in questa località, tuttavia, non è solo la
bellezza del mare, ma anche la ricchezza del patrimonio archeologico
e il buon livello delle strutture ricettive. Altra risorsa economica
importante del paese e delle sue frazioni è l’agricoltura, i cui
prodotti principali sono l’olio e le castagne. Da ricordare le
attività artigianali legate al settore dell’edilizia